L’Abbazia del Casoretto

interno della chiesa

interno della chiesa

La chiesa di Santa Maria Bianca della Misericordia è una chiesa di Milano, detta anche abbazia di Casoretto, dal nome del quartiere di Casoretto, nella periferia nord orientale, dove sorge in piazza San Materno.

Sorse nel Quattrocento per volere del nobile Pietro Tanzi, che nella dedica la distinse con l’aggettivo “Bianca” per distinguerla da altre chiese dedicate alla Vergine e sorte nel medesimo periodo: la chiesa di Santa Maria Nera, detta di Loreto, vicino l’odierno piazzale omonimo, e la chiesa di Santa Maria Rossa a Crescenzago. La scelta del bianco pare legata al colore della veste della Vergine nell’affresco che la ritrae all’interno

L’affresco della Madonna Bianca

L’affresco è ubicato dal 1959 presso la cappella della Madonna Bianca della Misericordia, in seguito ai lavori di sistemazione della chiesa condotti dall’architetto Ugo Zanchetta. Precedentemente, il dipinto murale era collocato presso la quarta cappella a destra – oggi non più esistente – detta Dardanoni, dove fu traslato, presumibilmente, dall’antica cappella dei canonici presso il convento, il 17 aprile 1594, come documenta l’iscrizione tuttora visibile sotto l’immagine della Madonna adorante:

Scritta sull'immagine della Madonna Bianca

L’evento della traslazione di questa immagine è da leggere alla luce di quella particolare devozione mariana incoraggiata da San Carlo Borromeo negli anni in cui fu pastore della diocesi milanese (1564-1584) e che fu, dagli ultimi decenni del Cinquecento, all’origine della costruzione di importanti santuari mariani e di nuovi altari con l’intento di conservare più degnamente antiche immagini sacre oggetto di devozione. Solo quattro anni prima, nel 1590, in seguito a un presunto miracolo, i canonici dello stesso ordine dell’abbazia di Santa Maria della Passione a Milano avevano trasferito all’interno della loro chiesa l’affresco della Madonna della Passione.

La scena raffigurata è molto semplice: la Vergine, vestita di un abito bianco bordato d’oro, i capelli lunghi e biondi sciolti sulle spalle e le mani incrociate sul petto, flette leggermente un ginocchio in atto di adorare il bambino nudo, disteso sull’erba. Due cartigli riportano la seguente iscrizione: “ECCE MARIA GENVIT / NOBIS SALVATOREM” (“Ecco Maria partorì per noi il Salvatore”).

Affresco di S.Maria Bianca

Si tratta di un soggetto ampiamente diffuso in area lombarda a partire dagli anni Settanta del Quattrocento di cui il dipinto di Casoretto costituisce un esempio cronologicamente assai precoce. Oltre che ad altre miniature di area lombarda, l’opera è strettamente imparentata con la miniatura della metà del XV secolo raffigurante la Madonna adorante il Bambino facente parte di uno dei due preziosi reliquiari provenienti dalla Certosa di Garegnano e conservati presso il Museo Diocesano di Milano. Le affinità riguardano sia l’aspetto iconografico che stilistico: “la lievità delle tinte”, la “scioltezza della pennellata”,  “l’accuratezza della fattura del delicato viso della Vergine e della foggia del morbido panneggio”, come ben rivela il disegno preparatorio della veste riemerso dal recente restauro conservativo eseguito nel 2000 da Giuseppina Suardi, sotto la direzione della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici.

Il Trittico della Resurrezione

Nella navata destra della chiesa, all’altezza della seconda campata, è conservato un trittico quattrocentesco raffigurante la Risurrezione di Gesù Cristo tra S. Giovanni Battista e S. Giovanni Evangelista e, nella cimasa, Dio Padre Benedicente. Alla scena assistono due personaggi inginocchiati ritratti di profilo, a sinistra Giovanni Melzi e a destra la consorte Brigida Tanzi.

Il Trittico della Resurrezione

L’ubicazione del dipinto è quella dell’originaria cappella quattrocentesca, dotata dal conte palatino Giovanni Melzi come luogo di sepoltura per sé e per la moglie. Il Melzi, dottore in legge, dopo essersi distinto all’epoca della Repubblica Ambrosiana come ambasciatore presso la Repubblica Veneta (1447-1450), aveva ricevuto importanti nomine nel 1456 da Francesco Sforza e in seguito dal suo successore Galeazzo Maria: l’apice della carriera era stata suggellata dalla nomina a conte palatino nel 1468, per volontà dell’imperatore Federico III, a quella di consigliere ducale nel 1479 per volere del duca di Milano. Il rapporto fra il Melzi e il convento è confermato oltre che dall’appartenenza all’ordine del nipote Gaspare Melzi, anche da alcune donazioni di terre attestate nel 1480, lo stesso anno in cui il nobile dotò l’altare; presumibilmente entro il 1482, anno a cui risalgono le ultime notizie che lo riguardano, commissionò il trittico della Risurrezione.

Restaurate nel 2001, le tavole, attribuite in passato al Bergognone, sono state ricondotte dalla critica odierna alla mano di Giovanni Ambrogio Bevilacqua, detto il Liberale, seguace del più noto pittore lombardo. La recente ricostruzione dell’iter artistico e del catalogo critico di questo pittore si basa, oltre che su alcuni ritrovamenti d’archivio, sull’esame delle uniche due opere esistenti riconducibili con certezza alla mano dell’artista: gli affreschi eseguiti presso la chiesa di San Vittore a Landriano (PV), firmati e datati 1485, e la pala firmata nel 1502 raffigurante la Madonna col Bambino, San Pietro Martire, Giobbe e un offerente conservata presso la Pinacoteca di Brera. Nato intorno al 1460 a Milano, dopo aver svolto il proprio apprendistato di pittore per la durata di tre anni (1474-1477), il Bevilacqua risulta immatricolato nel 1481 alla Scuola milanese dei pittori di San Luca. In questo periodo egli dovette eseguire il trittico per la chiesa di Casoretto, che appartiene dunque ad una fase giovanile della sua produzione pittorica.

Nell’opera lo scomparto centrale raffigura il Cristo risorto, ritto sul sarcofago presentato in forte scorcio, la mano destra alzata in segno di vittoria, quella sinistra sorreggente un vessillo, rivestito di una veste bianchissima, bordata d’oro; in primo piano due soldati addormentati, sullo sfondo a destra un paesaggio roccioso, a sinistra collinare. La figura dello scomparto sinistro, il S. Giovanni Battista, vestito di pelli e sorreggente l’agnello, suo attributo iconografico, tocca con la mano destra in segno di protezione la figura del committente, abbigliato con una preziosa veste in damasco di colore rosso.

Analogo il gesto del secondo santo, il S. Giovanni Evangelista che tiene sotto la propria protezione la figura di Brigida Tanzi, pure vestita secondo la moda del tempo e dalla testa avvolta dall’infula, una cuffia bianca liscia adorna di veli. Sullo sfondo, nei due scomparti laterali, al di là di un parapetto in marmo rosa è dipinto un cielo levigato d’azzurro, elemento unificante di tutte le tavole del polittico. Il Padre Eterno della cimasa, con il busto scorciato, incombe sulla scena sottostante.

La figura del Padre, che nella lunetta sovrasta la Pasqua del Figlio, è insieme l’espressione della SS.Trinità. Lo Spirito, diversamente dal simbolo della “colomba”, è qui presente come “l’anima” dei personaggi della rappresentazione (Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi ? – 1 Cor. 3,16) fino al segno (in predella) che qui sostiene l’intera scena: la Pentecoste, dove protagonista è lo Spirito Santo.

La predella del trittico, raffigurante il Cristo tra i dodici apostoli, è stata probabilmente eseguita da un’altra mano, caratterizzata da un grafismo accentuato, da una resa più preziosa del modellato e degli incarnati.