Il coraggio di rischiare per la fede

Nel messaggio per la 56a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni un forte invito del Papa alla Chiesa e in particolare ai giovani. Il Cdv segnala alcuni luoghi in cui pregare durante il mese di maggio

di Claudia CIOTTI 
Direttrice del Centro diocesano vocazioni

Il tema che papa Francesco ha voluto sottolineare con il messaggio per la 56a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni (domenica 12 maggio) ci conduce istantaneamente all’esperienza pasquale dei discepoli. Essi intuiscono una promessa di bene sovrabbondante rispetto ai loro desideri, capiscono e non capiscono, seguono, ma fuggono davanti alla croce: alla fine però il coraggio di rischiare nasce in loro quando l’orizzonte della vita si spalanca oltre lo spazio e il tempo di una vita puramente umana. È il dono della Pasqua, per loro come per noi. È lo Spirito che origina in noi un coraggio inatteso e sconosciuto fino a quel momento. È il dono dello Spirito del Risorto che fa del cuore umano la più grande “risorsa innovativa” di cui il mondo ha tanto bisogno.

Giovane è colui che sa stare in attesa di un compimento che non si dà, per questo entra in sintonia con lo Spirito. Chi invece si sclerotizza non coglie la promessa insita nell’incontro con l’Uomo Nuovo per eccellenza, Gesù. Può solo dubitare, fuggire, condannare.  

Anche oggi una vita che si colga come “vocazione” non può che nascere dallo stupore di sentirsi guardati, riconosciuti, amati. Lasciamoci stupire da Dio! È un invito che ricorre spesso – sebbene con parole simili – nelle parole del Papa alla Chiesa e in particolare ai giovani. Lo stupore di fronte a una promessa di bene suppone che quel bene corrisponda ai nostri desideri. Dio non ci viene incontro in modo invadente o costrittivo, piuttosto mostra di capire i desideri umani e indica la via per portarli a compimento: vi farò pescatori di uomini!  

Papa Francesco ci invita a riflettere su un punto nevralgico del discernimento vocazionale: Dio ci promette un bene personale, ma al tempo stesso ci rende portatori di quella stessa promessa per ogni uomo. Sono due dimensioni inscindibili dell’esperienza cristiana: la gioia che riceviamo diventando discepoli ci rende anche testimoni! È un processo diffusivo, contagioso; per questo ciò che accade nell’incontro con Gesù allarga il cuore di chi desidera una vita piena, e chiama ad annunciare agli altri l’amore che salva dal non senso. 

Per cogliere questa “promessa” di bene occorre il coraggio di desiderare in grande: «Il desiderio di Dio è che la nostra vita non diventi prigioniera dell’ovvio». Anche oggi le giovani generazioni hanno desideri grandi come i giovani di ogni tempo, ma dobbiamo interrogarci se, nel contesto in cui viviamo, questi desideri vengono spenti o non riescono ad affiorare, soffocati da una miriade di parole, opportunità, stimoli di basso cabotaggio. Il Papa sprona i giovani a osare di più, a puntare in alto nella ricerca del senso della vita. Sembra dire loro che questo è l’unica via per la quale poter incontrare la promessa di Dio. Un cuore addormentato e una coscienza spenta non sono le condizioni ottimali per accogliere l’invito di Gesù a prendere parte alla sua gioia e rattristano il cuore del Padre.

Con Gesù noi conosciamo il cuore di Dio, e sappiamo che egli parla il linguaggio umano, coglie i nostri desideri e li potenzia: chiama dei pescatori a essere pescatori, ma di uomini. È sulla materia grezza dei nostri desideri che Dio può fare grandi cose. Perciò, se c’è una via pastorale da seguire per ridestare i giovani alla consapevolezza di essere chiamati, sta nel sollecitarli a prendere sul serio i propri desideri e a percorrerli come la strada su cui il Signore si farà sentire. Come è successo ai discepoli. 

Tuttavia, nella dinamica vocazionale, noi cogliamo che, mentre la promessa di Dio porta a compimento i nostri desideri più autentici in una logica di continuità, si fa strada in noi anche la consapevolezza che per tenere alto il desiderio occorre assumere il rischio della fede. Ancora una volta è la Pasqua di Gesù che ci istruisce: il rischio è reale e ci ripropone una logica di discontinuità con i nostri desideri più immediati, le nostre sicurezze, perfino la nostra libertà e la vita stessa: se mi fido di Dio, credo davvero alla sua promessa, mi impegno per un compimento che non è nelle mie mani. È il paradosso della fede: per rischiare occorre coraggio, e il coraggio può venire solo dalla consapevolezza di aver trovato quella perla preziosa per la quale è possibile vendere ogni altro bene.  

È la via affettiva del discepolato che può farci raccogliere il rischio come un’opportunità. Lo sanno bene le donne, testimoni della Pasqua del Signore in ogni attimo del suo calvario, fino alla scoperta della tomba vuota. Il coraggio che è mosso dall’amore, ha in premio l’amore stesso, l’Amore ritrovato in una dimensione “altra”, l’unica che rende possibile una scelta “per sempre”, come nel giorno di Pasqua, di ieri, di oggi, di sempre.

Tenendo altra questa speranza, ogni giovane può aprirsi alla vita come vocazione rischiando nella quotidianità di fare scelte secondo il Regno di Dio, quel Regno che è in mezzo a noi, e che ha un volto, quello del Cristo:

«Olivier Clement chiamava “germi di resurrezione”
tutti gli atti buoni di fede, speranza e carità
compiuti da qualunque uomo sulla terra.
Seguendo queste tracce, lasciandosi guidare
dai germi di resurrezione,
si diventa “Pollicini del Regno”.
Dal Cristo risorto
e da chi si lascia illuminare dalla sua luce
è stata definitivamente aperta
la strada del Regno di Dio,
che parte dalla terra e va fino al Cielo»
Gigi Sabbioni, L’ultima lacrima. Meditazioni sul Paradiso, Glossa, Milano 2019, p.7

Fonte: Chiesa di Milano

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