Tanzania. Tiziana Bernardi, l’imprenditrice solidale che costruisce futuro e istruzione


Lucia Bellaspiga sabato 23 marzo 2019Da direttore centrale di banca a imprenditrice solidale in Tanzania, per cambiare la vita ai bambini: così sta costruendo futuro e istruzione in Africa grazie all’impegno di tre università italiane

È quella che si dice una donna in carriera, Tiziana Bernardi, 60 anni, 40 passati a ricoprire alte cariche nelle maggiori banche, partita come impiegata e approdata alla poltrona di direttore centrale di Unicredit, nonché amministratore delegato di una delle più grandi aziende del Gruppo, da lei fondata e capitanata con seimila dipendenti e filiali in tutto il mondo. «Tre anni fa da un giorno all’altro ho dato le dimissioni. Ho lasciato il mondo dei miliardi ma non il mestiere: ora l’impresa che gestisco è ancora più grande e richiede la stessa managerialità, solo che è sperduta nella savana e ha un obiettivo altissimo, cambiare il mondo». Almeno quello intorno al monastero benedettino di Mvimwa, incontrato durante un viaggio avventuroso in Tanzania e diventato la sua sfida imprenditoriale più ambiziosa.

Ci accoglie nel salone della sua villa storica, a Cornaredo, dove ha convocato i collaboratori più stretti, com’era solita fare nella sua vita precedente: «Ho scritto un enorme progetto affinché il monastero, che sorge nella regione più arretrata della Tanzania, sia protagonista della trasformazione sociale dei dieci villaggi intorno, abitati da 20mila persone, poi di tutto il distretto di Nkasi (320mila persone), infine dell’intera ragione di Rukwa, un milione e mezzo di abitanti, il 60% dei bambini denutriti e una vita media di 50 anni. Perché un modello che in piccolo ha successo è sempre replicabile in grande», spiega mostrando i contratti già stipulati con università e imprese italiane e straniere, i dati raccolti sul territorio, le strategie e gli obiettivi finali, che vedono anche la fondazione di un’università specializzata in Scienze della nutrizione infantile e in Agraria.
Trasformare la crisi in risorsa: è la deformazione professionale di Tiziana, accolta come una benedizione dall’abate del monastero il giorno in cui, 5 anni fa, se la vide arrivare per caso con al seguito una quindicina di “turisti”. «Ero partita con uno dei miei due figli e diversi amici perché una brutta notizia mi aveva stroncata. A mio marito Carlo era stato diagnosticato un cancro con tre mesi di sopravvivenza, per la prima volta ero schiacciata, mi fermai a chiedermi che cosa ci stiamo a fare quaggiù. Non avevo una ricetta ma ero consapevole che la vita andava riformulata… Carlo poi fu curato e guarì, ma io avevo bisogno di capire, così organizzai questo viaggio tra orfanotrofi». Non un’esperienza del tutto nuova per la dirigente, che in passato si era inventata di portare i manager delle sue banche a fare formazione nei centri di accoglienza africani anziché nelle capitali europee.

(Foto di Bianca Rizzi)

(Foto di Bianca Rizzi)


Arrivata al monastero di Mvimwa, qualcosa successe. «Io, la persona più razionale del mondo, ebbi una folgorazione. Avevo 55 anni e dovevo ricominciare tutto da capo. Non ero mai stata prima in un monastero, ma quel giorno mi confessai per tre ore con padre Lawrence, oggi per me come un figlio. Lì per lì non capii, tre mesi dopo negoziavo le dimissioni da Unicredit e mi accordavo con l’abate: tu preghi, io lavoro ma mi dai carta bianca». L’obiettivo era alto: combattere la fame, assicurare assistenza sanitaria di base, educare su igiene e nutrizione, creare imprese e posti di lavoro, il tutto mobilitando il monastero per arrivare, con un effetto domino, al Paese. «I novanta missionari benedettini, tutti tanzaniani giovani ed entusiasti, erano fedeli alla regola dell’ora et labora, pregavano e lavoravano… ma la parte “lavoro” era per approssimazione, ci volevo io per fare un piano industriale». L’abate poi lo ha inserito nella regola e ognuno dei novanta monaci oggi è protagonista del cambiamento, coinvolgendo i capi villaggio e via via la popolazione.

gli studenti dell’Università di Parma impegnati sul campo nel progetto di cooperazione (Foto di Bianca Rizzi)

gli studenti dell’Università di Parma impegnati sul campo nel progetto di cooperazione (Foto di Bianca Rizzi)


La parola utopia non è ammessa, «se vogliamo che un altro mondo sia possibile, l’unica cosa da fare è vivere come se già esistesse», spiega Tiziana Bernardi, mostrando le foto dell’ex hotel di lusso da poco acquistato per ospitare la futura università. «Era stato espropriato a un imprenditore inadempiente e io l’ho comprato all’asta a nome del monastero a un prezzo vantaggioso, grazie a un benefattore italiano». Il resto lo ha raggiunto sfruttando i suoi contatti: «Non ho cercato gli amici ma le eccellenze professionali», così oggi come partner ha l’università di Parma, il Campus Biomedico di Roma, il Politecnico di Milano e il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), in una logica di reciproco interesse: «Loro aiutano noi, noi diamo ai loro studenti la materia per tesi di laurea e specializzazioni. Alla fine novanta benedettini africani hanno un partenariato che anche la Fao ci invidia».

(Foto di Bianca Rizzi)

(Foto di Bianca Rizzi)

La parola d’ordine è «incidere»: è inutile scavare un pozzo qua e uno là, «ho questo monastero, e con questo ti cambio le sorti di un intero territorio», il tutto (finora) senza bisogno di capitali: medici, studenti, ingegneri, architetti, docenti universitari di varie discipline si sono pagati il viaggio e hanno condotto studi che a loro erano utili e al monastero non sono costati un euro. Ora però i progetti industriali devono partire e la onlus “Golfini Rossi” (l’uniforme dei bambini delle primarie in Africa) è pronta per entrare nella Cooperazione internazionale. «Golfini Rossi nell’organigramma ha scienziati, architetti, chirurghi, nutrizionisti, ricercatori nella trasformazione industriale del cibo, tutti volontari». Un Centro di tecnologia alimentare per la produzione della “pappa di Parma” (cibo iper nutriente, prodotto da start up locali) è già avviato, come l’essiccatore a pannelli solari della portata di 800 chili al giorno che permette di conservare in modo asettico gli alimenti, sotto la guida di un giovane monaco laureando in chimica.

Intanto un centinaio di studenti italiani del Campus Biomedico e dell’ateneo di Parma, sotto la guida di medici e professori, censiscono nei villaggi i bambini non registrati all’anagrafe e assistono malati e disabili, che a breve troveranno nel monastero una casa ad hoc, con vitto, alloggio e un lavoro dignitoso, mentre gli studenti di ingegneria bio-medica del Politecnico sono già a Mvimwa per progettare il centro di riabilitazione motoria. «Entro il 2019 sarà rinnovato il dispensario del monastero, attualmente fatiscente ma unico punto di riferimento raggiunto a piedi da migliaia di pazienti – continua Bernardi –. Diventarà un luogo di cura moderno, darà lavoro a molti ed erogherà corsi alle neo mamme su nutrizione e igiene: se forniamo acqua pulita ma poi i secchi sono contaminati a cosa serve?», spiega Bernardi.

Il lavoro più grande è dunque culturale, coinvolgere i capi villaggio non è solo un fatto politico: «Ci pensano i monaci, che sono il legame diretto con la popolazione, e le 500 suore formate per intercettare i casi urgenti di denutrizione, in accordo con il vescovo Beatus Urassa». Insomma, non è utopistico pensare che da quel monastero sperduto nella savana, dal quale giunge il giusto grido della famiglia umana, possa essere rilanciata una nuova meravigliosa storia italiana fatta di generosità intellettuale, competenza scientifica e coraggio imprenditoriale. Ora i fondi serviranno, ma lei è tranquilla: «La Provvidenza risponde sempre, attraverso uomini di buona volontà».

L’IMPEGNO DI TIZIANA NATO NEL VILLAGGIO DI ZENO, NOMADELFIA
L’impegno per i poveri, Tiziana lo porta scritto nel Dna. «Sono nata a Nomadelfia, in provincia di Grosseto, il villaggio di don Zeno, perché i miei genitori erano orfanelli. Papà e mamma crebbero, si sposarono ed ebbero cinque figli a Nomadelfia. Poi la famiglia uscì quando avevo tre anni… Ma è stata Nomadelfia a folgorarmi in Tanzania, la sera in cui salimmo su una montagna e lì, sotto una grande croce, improvvisamente mi sono rivista bambina sotto la croce di don Zeno», rivela. E qui il cerchio si chiude: «Nomadelfia è piccola ma perfetta, solo 320 persone… ma quando un modello funziona lo si replica in grande», ripete. Da tempo la cittadella di don Zeno cercava un luogo nel mondo in cui portare la sua esperienza, «così un anno fa ho accompagnato al monastero di Mvimwa il suo successore don Ferdinando, 90 anni, e ho portato l’abate di Mvimwa, padre Denis, a Nomadelfia… Vedremo, la Provvidenza fa giri strani». Se migliaia di africani si salveranno, gira e rigira, sarà merito anche di don Zeno. Il fondatore di questa comunità di cattolici che vogliono vivere la fraternità evangelica e che, giusto settant’anni fa, il 21 marzo 1949, si trasferì da Fossoli di Carpi in Maremma, dove si trova tuttora. 

“Avvenire.it”

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